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Beccalossi, sei anni nell'Inter
Erede di Suarez, come grande "mancino" diventa protagonista anche della Gazzella dello Sport Illustrata |
IL REGISTA DELLO SCUDETTO 1980 EVARISTO BECCALOSSI Dal Brescia all'Inter per sei stagioni dove dimostra le sue qualità che però non lo porteranno mai alla maglia azzurra Tanto talento, a volte utilizzato, per molti anche sprecato. In due parole la storia di uno dei calciatori più controversi del nostro campionato, Evaristo Beccalossi. La sua personalità e la sua carriera lo hanno portato ad essere un autentico personaggio, al punto di diventare anche protagonista di diversi monologhi del comico Paolo Rossi. Nasce a Brescia il 12 maggio del 1956 e nel Brescia cresce, dove gioca in B per sei anni. Debutta giovanissimo a solo sedici anni ma gli occhi sono puntati tutti su l' attaccante delle "rondinelle", un ragazzo alto e magrissimo dal nome di Alessandro Altobelli. L'Inter lo vuole e Beccalossi resta a guardare. Sarà solo per un anno e nel 1978, quando la Juventus compra Paolo Rossi eroe del mundial e il Milan vuole il decimo scudetto, Fraizzoli lo acquista , reclamizzandolo come un autentico colpo del mercato. I tifosi e la stampa sono molto scettici, ma bastano poche partite per dimostrare il suo valore. Beccalossi è un grande regista, detta i ritmi di gioco, passa la palla con precisi cross anche a cinquanta metri di distanza, tira le punizioni e poi è un mancino. Per Bersellini l' Inter ha trovato un nuovo "Suarez". In coppia con il suo vecchio amico Altobelli la squadra vuole vincere qualche cosa, ma in campionato sarà solo quarta. L'autentica sorpresa del nostro calcio è proprio lui, Beccalossi che riceve complimenti da tutti e lodi anche da Giancarlo Antognoni, che sente "il suo fiato sul collo" per la maglia da regista della nostra nazionale. L'anno successivo un Inter tutta italiana vince lo scudetto. E' trionfo e gli uomini di questo successo sono ovviamente Altobelli, con 15 reti, Beccalossi con 7, Oriali con 6 e Muraro con 5. Una squadra votata all'attacco e anche campione di onestà, visto che nessun giocatore sarà accusato nello scandalo di fine stagione del calcio-scommesse. L' Inter sembra pronta a diventare ancora protagonista della Coppa dei Campioni e Beccalossi ormai è diventato una stella internazionale. Invece sarà il solito Real Madrid a fermare i sogni di gloria in semifinale in un infuocato match al Bernabeo passata alla storia per la famosa bilia che colpì un giovanissimo Bergomi alla testa. L'anno dopo è quello dei mondiali e Beccalossi viene caldeggiato dalla stampa e dai tifosi per un posto in nazionale. Nasce una grande polemica a distanza con Bearzot, che finirà addirittura con una serie di battute che riempiono le prime pagine dei quotidiani sportivi. Beccalossi afferma pubblicamente di essere il miglior regista in circolazione e che una maglia gli spetta di diritto. Bearzot risponde sempre sui giornali in maniera poco simpatica che Beccalossi non sarà mai convocato in azzurro. E sarà così. Con amarezza e rimpianti si continua la sua avventura nell'Inter vincendo la Coppia Italia grazie alla sua tecnica e i suoi passaggi che portano in rete un giovanissimo Serena. Nella Coppa delle Coppa della stagione successiva viene ancora fermata dal Real Madrid nei quarti di finale e in campionato giunge terza guardando il duello Roma-Juventus. Il torneo 1983-84 è il suo ultimo in neroazzurro, con l'Inter al quarto posto; cambiano le presidenze e gli allenatori e Beccalossi non rientra più nei programmi della società. Si cerca un un nuovo regista è lo scambio avviene con la Sampdoria; Beccalossi per Brady, irlandese dal passato juventino per un Inter che rispolvera per l'occasione anche Causio. Nella Samp Beccalossi crede di avere una maglia da regista titolare invece per lui solo panchina. Giocherà nove partite, troppo poco. Poi la serie B a soli trenta anni con Monza, poi Brescia ed infine Barletta, una chiusura di carriera un poco amara. Sei anni di Inter, sei anni importanti ma anche di occasioni sprecate, per un eroe della storia neroazzurra che bisogna ricordare per quello che ha dato e non per quello che avrebbe potuto dare.
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